Un individuo di cinquant’anni racconta di aver dimagrito venti chilogrammi in un anno. Era da tempo alle prese con il sovrappeso, una condizione che lo accompagnava da decenni, affrontata con diete e sacrifici spesso vanificati. Poi, l’intesa con il suo specialista lo ha portato a usare la semaglutide, una molecola che agisce sulla sensazione di sazietà e sul controllo della glicemia. Nel suo racconto, il benessere fisico è evidente: niente più gonfiore, un sonno finalmente ristoratore, la fine delle apnee notturne. Eppure, un dubbio incombe: cosa succederà quando non potrà più assumere il principio attivo? Questa questione è al centro di un dibattito acceso tra medici e pazienti, con studi scientifici che pongono l’attenzione su ciò che si verifica quando si interrompe l’assunzione di questi medicinali che contrastano l’obesità.
La rapida ascesa della semaglutide e gli interrogativi che emergono
La semaglutide e altre molecole simili, quali la liraglutide, appartengono alla categoria degli agonisti del recettore GLP-1. Nati per la gestione del diabete, hanno guadagnato notorietà per la loro capacità di favorire una significativa perdita di peso. Ciò ha portato un’azienda quale Novo Nordisk, produttrice di alcuni di questi farmaci, a raggiungere capitalizzazioni di mercato notevoli, indicando un interesse economico rilevante in questo settore.

Tuttavia, questa rapida diffusione ha generato anche alcune osservazioni critiche. L’uso diffuso di questi antidiabetici per il solo dimagrimento, spesso senza una diagnosi di diabete, solleva questioni sull’alterazione del metabolismo dell’insulina e del glucagone, suoi antagonisti naturali. Un aspetto che molti sottovalutano è che l’interruzione del trattamento può avere effetti significativi, anche se non immediati. I medici hanno iniziato a studiare con attenzione il profilo di sicurezza di queste terapie, specialmente quando usate a lungo termine e per indicazioni diverse da quelle iniziali.
Risultati del peso perso
Uno degli aspetti più studiati riguarda proprio ciò che succede quando si termina la cura. Recenti ricerche, quali quelle pubblicate sulla rivista scientifica JAMA, evidenziano un fenomeno che in molti notano solo più tardi: una parte rilevante del peso perduto tende a essere recuperata una volta sospeso il trattamento. Uno studio in particolare, il Surmount-4 Trial, ha monitorato pazienti trattati con tirzepatide, un medicinale che agisce su due ormoni (GLP-1 e GIP), per 36 settimane. Dopo questa fase, alcuni hanno continuato la terapia, altri l’hanno interrotta. I risultati mostrano che, a distanza di dodici mesi dalla sospensione, più della metà dei partecipanti che avevano interrotto il principio attivo hanno riacquistato una porzione significativa del peso. Allo stesso tempo, i parametri cardiometabolici, che erano migliorati durante il trattamento, hanno mostrato un peggioramento. Questo fenomeno è una chiara indicazione che il benessere raggiunto è strettamente legato alla continuità della terapia stessa, un aspetto che sfugge a chi vive in città e cerca soluzioni rapide, ignorando le conseguenze a lungo termine.
Rischi gastrointestinali e il costo della salute
Oltre al rischio di recupero del peso, alcuni studi indicano anche potenziali effetti avversi. Una revisione pubblicata su JAMA, basata su migliaia di pazienti trattati tra il 2006 e il 2020, ha collegato l’uso di semaglutide o liraglutide, specialmente per la perdita di peso e a dosaggi superiori, a un aumento del rischio di condizioni gastrointestinali indesiderate. Queste manifestazioni possono variare in intensità, ma rappresentano un fattore da considerare attentamente. Il costo economico di questi farmaci è un altro punto di osservazione. Si discute di trattamenti che possono arrivare a diverse centinaia di euro al mese, una spesa che, in molti paesi, non è rimborsata dal sistema sanitario nazionale. Ciò rende la terapia accessibile solo a chi può permettersela, creando disparità. Un interrogativo che si presenta è se l’investimento economico, unito ai cambiamenti fisici, possa essere sostenibile per un tempo indefinito. Pertanto, la discussione scientifica non verte più solo sull’efficacia di questi farmaci, ma anche su metodi per utilizzarli nel modo più efficace e per quale durata. La ricerca continua a esplorare approcci alternativi che promuovano un ritorno a uno stato di salute generale, in modo più naturale e progressivo, evitando la dipendenza da soluzioni farmacologiche che riducono la fame senza affrontare le radici profonde del problema.