L’aumento delle diagnosi di ADHD al di là dei numeri: cosa rivelano i dati attuali

Negli ultimi tempi, parlare di ADHD – cioè disturbo da deficit di attenzione e iperattività – è diventato sempre più comune. Non si tratta soltanto di un aumento reale dei casi diagnosticati, ma piuttosto di un cambiamento nel modo in cui il disturbo viene riconosciuto e interpretato. Una valutazione superficiale rispetto a una più approfondita può offrire dati molto diversi, e così la comprensione del fenomeno si complica parecchio. Ecco perché, in tante realtà, le percentuali di diagnosi sembrano andare su: ma serve guardare con attenzione ai criteri e ai contesti in cui queste emergono.

La definizione dell’ADHD, nel corso degli anni, ha subito diversi cambiamenti, influenzando le statistiche in modo diretto. Prima, per parlare di ADHD, servivano più sintomi manifestati già molto presto, mentre oggi i criteri sono più elastici. Fa parte di un cambiamento più ampio, legato alla sensibilità crescente verso i disturbi neuropsichiatrici e a come le segnalazioni provenienti da scuole e famiglie vengono accolte e processate.

Come sono cambiate le regole e cosa significa per le diagnosi

Non si può ignorare che il processo diagnostico dell’ADHD sia cambiato parecchio negli ultimi anni: per esempio, oggi bastano cinque sintomi significativi negli adulti per una diagnosi, a differenza dei sei richiesti in passato. E poi, l’età di esordio dei sintomi si è ampliata fino ai dodici anni, mentre prima era fissata a sette. Una svolta non da poco.

Si è scoperto – tra l’altro – che molte persone portano con sé il disturbo fin dall’infanzia, ma senza che venisse riconosciuto. Insomma, l’ADHD è più diffuso del previsto, probabilmente nascosto da criteri troppo rigidi prima. La componente genetica gioca un ruolo importante: ricerche parlano di un’ereditabilità intorno al 70-80%. Quindi, capita spesso che la diagnosi in un bambino riaccenda l’attenzione su tratti simili osservabili in genitori e familiari.

Un dettaglio non da poco riguarda l’ambiente in cui si vive. Chi abita in città o frequenta scuole affollate tende a mostrare più chiaramente sintomi come l’iperattività o le difficoltà di concentrazione. Diciamo che l’ADHD cambia volto a seconda del contesto: comportamenti accettabili in spazi più elastici, in altri diventano invece problematici. E poi, la pressione di scuola e lavoro, insieme all’uso massiccio di tecnologia, fa sentire di più certe difficoltà, innescando un aumento delle diagnosi.

L’aumento delle diagnosi di ADHD al di là dei numeri: cosa rivelano i dati attuali
Una bambina sorride all’obiettivo. L’immagine rappresenta l’innocenza dei bambini e la loro vulnerabilità in relazione alle diagnosi di ADHD. – oricchio.it

Il ruolo dei social e il contrasto tra neurodiversità e terapia

I social media – basta guardare Instagram o TikTok – sono ormai la piazza virtuale dove si parla con forza di ADHD. Chi convive con il disturbo condivide storie, ecco perché cresce la consapevolezza generale. Spesso sono soprattutto adolescenti e adulti a cercare una valutazione specialistica, riconoscendosi in quei sintomi.

Nel dibattito, due visioni si sfidano. Da un lato, il movimento per la neurodiversità sostiene che è la società a dover cambiare per accogliere modi diversi di pensare e comportarsi. Dall’altro, c’è chi ricorda le difficoltà reali legate all’ADHD: problemi a scuola, rischi per la sicurezza, e aumento del ricorso a sostanze. Nelle forme più gravi, la terapia farmacologica resta spesso la strada più efficace. Quindi, l’aumento delle diagnosi esprime una complessità fatta di fattori clinici e sociali, con riflessi pesanti sui servizi educativi e sanitari.

Insomma, il modo in cui si riconosce e affronta il disturbo da deficit di attenzione e iperattività sta cambiando. Questa evoluzione interessa molte famiglie, qui in Italia come altrove, e chiede un approccio più consapevole e articolato.